Real Estate Data Hub #13

compromettono la revisione degli spazi. In Italia le principali sfide in ambito trasformativo sono indubbiamente quelle dettate dal diritto amministrativo: la frammentarietà normativa italiana rimane oggi la complessità più rilevante, anche intrinsecamente nella mera incertezza di tempi su cui poter fare affidamento. A livello operativo le complessità maggiori afferiscono invece a immobili sottoposti a vincoli storico-artistici, dove l’assoluta e indiscutibile discrezionalità degli enti preposti talvolta compromette la fattibilità di un intervento. Guardando ai prossimi anni, quali segmenti del mercato alberghiero italiano ritenete più interessanti dal punto di vista dello sviluppo? In particolare, vedete maggiori opportunità nelle destinazioni urbane, nelle località leisure, anche dedicate al wellness (es. destinazioni termali) e al turismo outdoor, o in nuovi format legati alla mobilità e ai grandi hub infrastrutturali? Riteniamo che l’Italia abbia un enorme “untapped potential”, il cui principale limite rimane quello dell’infrastruttura di collegamento e trasporto veloce. Per quanto riguarda la destinazione wellness, in un mondo che insegue concetti evoluti di benessere, è a nostro avviso imprescindibile superare l’arcaica associazione wellness al mondo spa/thermal. Va pensato un concetto di wellness a tutto tondo, di disconnessione tecnologica e di riconnessione con la natura, che un’utenza più evoluta sempre più cercherà nel prossimo futuro. Vediamo con sempre più interesse poi le città secondarie, che godono di una forza attrattiva turistico-ricettiva e di reach internazionale.

Quest’attrattività, letta insieme ad uno stock alberghiero vetusto e spesso a gestione familiare, ne fa trasparire una grande opportunità di investimento. Negli ultimi anni il mercato alberghiero italiano ha visto una crescente presenza di brand internazionali e operatori globali, spesso considerati un fattore chiave per la valorizzazione e la successiva vendita dei progetti di sviluppo. Nei vostri progetti, quanto pesa oggi la presenza di un brand internazionale in fase di valorizzazione dell’asset? E, al contrario, vedete spazi di competitività anche per operatori nazionali o indipendenti, magari in specifiche nicchie di mercato o con modelli gestionali differenti? L’associazione di un brand internazionale è per noi developer un elemento di enorme valore in ottica di exit verso investitori istituzionali, italiani e stranieri. C’è e ci sarà spazio per operatori indipendenti con capital backing sufficiente in nicchie di mercato che per diversi motivi possono essere trascurate da soggetti più tradizionali. In un mondo sempre più globale, infatti, gli utenti cercano prodotti ed esperienze radicalmente diverse. I grandi gruppi alberghieri ormai da anni innovano i loro portafogli per tramite di acquisizione di brand indipendenti che, godendo di maggior libertà d’estro creativo, liberi dai paletti di brand standard internazionali, possono costruire concept innovativi. Penso che questo circolo sia assolutamente virtuoso, come confermato da sempre più private equity capital che entra in questo tipo di realtà per spingere la frontiera dell’hospitality.

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